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Maturità

gioiaE’ uscito dalla porta. Ha finito. Lui. Per anni ha bestemmiato e criticato il nostro lavoro. Si è lamentato di ogni cosa fatta. Questa non era certo una materia che gli piaceva. Non c’era verso che l’apprezzasse. Avevo provato le cose più fantasiose, ma niente da fare. La Materia non gli interessava. E così spesso si veniva a creare un triste braccio di ferro tra me, che cercavo di fargli fare qualcosa, seppur il minimo, e lui, che proprio non ne voleva sapere. E il 6? Beh, quello alla fine se l’è guadagnato facendo il minimo indispensabile. Dove è la soddisfazione di chi ha deciso di fare come lavoro l’insegnante? E dove la soddisfazione di chi ha deciso che quella cosa non la vuole fare?

Comunque alla fine ce l’ha fatta e ha finito anche con la maturità. E come lui anche qualcun altro. “Cosa farete una volta usciti da qui?” è la domanda di rito del presidente. “Ho già trovato lavoro”, è la risposta. Mi bastava il diploma. Ovviamente il lavoro non ha nulla a che fare con la Materia”.

“Potevamo fermarlo?” Viene quasi da pensarlo con un ghigno. Ma sarebbe stato un ulteriore braccio di ferro in cui se anche avesse vinto il professore, cosa avrebbe vinto? Non è meglio alla fine che lui possa vivere la sua vita facendo del bene alla comunità facendo quello che è portato a fare piuttosto che fermarlo ancora solo perché qualcuno ha fatto la scelta sbagliata tanti anni prima? Dopo tutto ora è felice. Lo si vede nel suo sorriso, una volta tanto sereno, mentre esce dalla porta.

Provando ad osservare le cose da fuori, cercando di non finire nella trappola di identificare vittime e carnefici, ci si domanda se forse c’è un modo per arrivare alla fine senza tutto questo odio e rancore. Se la Materia proprio non gli va giù, cosa posso fare con lui nei lunghi anni in cui io e lui ci troviamo nella stessa classe? Cosa posso insegnargli? Cosa posso imparare da lui e da questa situazione?

Come vivere più serenamente tutto quel tempo, salutandosi ogni mattina con un sorriso, piuttosto che con un ghigno di rabbia al pensiero “Oggi ti frego io!”. La rabbia dopo tutto crea stress e non fa bene a nessuno. Forse invecchia, dicono.

Mentre scrivo queste parole e rifletto su questi interrogativi sono seduto in riva ad un fiume. Il fiume scorre sereno, con la più grande naturalezza. Lui ce la fa. Penso: “Sì. Ci deve essere un modo per vivere queste situazioni con il sorriso”.

Al tuo servizio

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Quando insegniamo spesso ci rifacciamo a qualche metodologia che conosciamo, sia essa la lezione frontale, il lavoro collaborativo o la didattica capovolta. Altre volte la metodologia non ha un nome: vediamo qualcosa che per gli altri ha funzionato ed ha avuto successo e decidiamo di provarlo. Che manchi qualcosa?

In questi casi partiamo da un modello e lo applichiamo, dando per scontato che vada bene perché se ha funzionato altre volte, o per altri, non può che funzionare ancora. Ricordo diversi consigli di classe in cui qualche docente accusava una classe di essere particolarmente lavativa perché “ha 9 classi, spiega a tutte la stessa cosa e quella è l’unica che non capisca nulla. Non può essere che colpa loro!”. Se ci riflettiamo però siamo tutti diversi e quindi anche ogni classe è diversa. Se provassimo quindi a fare l’opposto? Se partissimo da una domanda invece che da una soluzione?

La domanda è molto semplice e si può utilizzare sempre, sia che si torni a casa scornati perché qualcosa è andato storto, sia che siamo felici perché invece è andato tutto bene: “Cosa posso fare adesso per loro?

Il bello è che la risposta non segue nessuna metodologia e nello stesso tempo sfrutta tutto quello che conosciamo! Potrebbe servire un’ora di riepilogo perché sembra si siano persi qualcosa, o un’ora di svago perché sono stati bravi e hanno dato del loro meglio. Potrebbe servire del materiale diverso perché hanno delle difficoltà a studiare. Potrebbe servire una verifica perché è importante che imparino delle nozioni o un compito autentico per lavorare sulle competenze. Potrebbero avere bisogno di maggior rigore e scadenze più ravvicinate per imparare un po’ di disciplina o di maggior tempo per sviluppare la loro fantasia e le loro intuizioni. Potrebbe anche venirci in mente qualcosa che non c’entra nulla con la nostra materia che però in quel momento ci sembra importante per loro. Potrebbero esserci cinque persone che devono recuperare e si potrebbe pensare a come fare in modo che gli altri gli diano una mano per aiutarsi gli uni con gli altri. Potrebbe servirgli un video di ripasso o un esercizio particolare per approfondire un argomento. O anche potremmo volere chiedere a loro se hanno voglia di imparare qualcosa in particolare.

La cosa interessante, e a volte un po’ magica e che immagino che anche a voi sia capitata più volte, è che nel momento in cui ci domandiamo qualcosa… da qualche parte arrivano le risposte. A volte sfogliamo un libro e scopriamo un esercizio che fa al caso nostro, leggiamo un post su internet che è proprio quello che fa per noi o semplicemente ci viene un’idea.

Così se creiamo le lezioni in base a quello può servirgli, le lezioni diventano più interessanti e personalizzate. Diverse da classe a classe e da docente a docente. Questo non implica dovere preparare per forza materiali diversi per ogni classe ma attingere in modo diverso a quello che abbiamo.

In più, insegnandogli che è importante andare incontro ai loro bisogni oltre che imparare conoscenze e competenze, gli trasmettiamo anche l’idea che il lavoro è un servizio. Un servizio per gli altri nel quale possiamo utilizzare tutte le nostre qualità, conoscenze, abilità, competenze e tutti gli spunti e le idee che ci vengono.

Insomma, ci vuole un po’ di coraggio per provare, ma quello che si ottiene è dinamico, divertente e ci permette di accompagnare tutte le classi ad imparare nella modalità che è più utile per loro. Solo un’avvertenza: nel momento in cui pensate che anche questa sia diventata una procedura, lasciate perdere il tutto e sperimentate qualcosa altro.

Insegniamo competenze?

la classe capovolta
Alla scoperta di un nuovo mondo

Qualche giorno fa si è conclusa la Summer School della classe capovolta di Levico e mi sento di condividere un interessante spunto che è emerso durante uno degli interventi.

Ha detto il professor Maglioni di flipnet: “La più grande svolta per me è stata cambiare l’impostazione della mia didattica dallo spiegare la mia materia (chimica) a concentrarmi sull’insegnamento delle competenze sfruttando la mia materia. Così facendo i ragazzi si sono subito sentiti più coinvolti e partecipi e questo non ha impedito a loro di imparare la mia materia”.

Già di per sè il solo fatto di fare in modo che i ragazzi siano più motivati e interessati è un bel risultato, se poi i risultati in termini di apprendimento non subiscono riduzioni… allora forse è utile cercare di capire cosa intendesse, almeno per rifletterci su un po’.

Cosa vuol dire spostare il focus sulle competenze piuttosto che sugli argomenti? Prendiamo ad esempio un compito autentico da svolgere in classe su un argomento di chimica e chiediamo che i ragazzi risolvano in gruppo il seguente problema: “E’ più nutriente un panino di McDonald o una pizza?”

Questo problema, apparentemente semplice, richiede diverse conoscenze e competenze:

  • Conoscenza (o discussione in gruppo) sul concetto di “nutriente”
  • Scoperta degli ingredienti per calcolare le calorie
  • Comunicazione nella madrelingua, se ad esempio richiediamo che i componenti del gruppo espongano brevemente il loro risultato, magari alternandosi
  • Competenze matematiche per il calcolo degli ingredienti
  • Imparare ad imparare, facendo in modo che i ragazzi per svolgere il compito possano utilizzare i loro smartphone per cercare informazioni
  • Spirito di iniziativa e imprenditorialità, magari aggiungendo la domanda: “quale mangeresti?”

Per fare lavorare i ragazzi sulle competenze sopra elencate si aggiunge al problema una checklist creata ad hoc. La checklist rappresenta una guida per lo studente in modo che sappia sia cosa fare, sia come autovalutare il lavoro. Inoltre è la stessa che poi userà il docente per la valutazione. Potrebbe essere:

  • Avete lavorate bene in gruppo e ogni componente ha svolto il proprio compito?
  • Avete calcolato correttamente le calorie dei due prodotti?
  • Avete deciso il risultato finale e l’avete documentato?
  • Avete trascritto le fonti che avete usato per documentarvi?
  • Avete presentato il vostro lavoro in 5 minuti, alternandovi?

Il compito ora è aperto e tutto da risolvere! I ragazzi possono decidere il tipo di panino da confrontare, possono farne una media, possono scegliere il tipo di pizza, la sua dimensione, ecc… Discutendo del concetto di “nutriente” possono arrivare anche a diverse interpretazioni con risultati anche molto diversi tra loro, sempre restando dentro i confini della checklist che, come già detto, servirà da valutazione e da confronto al termine del lavoro.

E le conoscenze? Il compito autentico ne è ricco! Il significato di calorie, grassi, carboidrati, ecc… Quindi per svolgere il compito le conoscenze servono!

Però la valutazione va oltre, si focalizza sulle competenze e sul lavoro di gruppo e le conoscenze sembrano secondarie, anche se sono la base, e il compito diventa più interessante da svolgere perché più simile a qualcosa di reale. Un compito del tipo: “Scrivi le calorie di questo elenco di ingredienti”, molto probabilmente non sarebbe svolto con lo stesso interesse.

Le competenze, usate in questo modo con i compiti autentici, non sono un bel modo per impreziosire e arricchire la nostra didattica?

Riferimenti:

Il sito della summer school di Levico

Impariamo dalla natura

habanero-chocolate

Un giorno stavo facendo la spesa al supermercato quando sono passato davanti ad una teca in cui erano esposti diversi tipi di semi. Era un periodo in cui stavo seguendo un corso in cui ci avevano chiesto di imparare a prenderci cura di una pianta. Ci avevano detto che ci avrebbe insegnato molte cose. Così erano diversi giorni che finivo per essere attratto inesorabilmente da tutti i sacchetti di sementi e dalle piante che mi capitavano sotto gli occhi. Avevo già comprato semi di pomodoro, di basilico, di aneto e di ravanelli. In più avevo una pianta di stevia e una di salvia ananas che mi aveva regalato la mia ragazza. Ma stavo ancora cercando qualcosa.

E così, ecco spuntare davanti a me una bustina di peperoncini habanero: i più piccanti al mondo! Avevo sempre amato il peperoncino e, seppur immaginando di non potere sopportare la piccantezza degli habanero, non potevo resistere all’emozione di coltivare qualcosa di così forte. Così in un attimo mi sono ritrovato in mano una busta di Habanero Chocolate,  quelli che sono in competizione con gli Habanero Red Savina per il record mondiale di piccantezza  e che in più hanno un incredibile color cioccolato. Che bellezza!

Il tempo di semina segnato nella bustina era aprile/maggio. Perfetto! Era l’inizio di maggio. Un segno del destino! Finalmente potevo coltivare i peperoncini dei miei sogni. Sono corso a comprare vasi, terra e fertilizzante in modo da sistemare al più presto i preziosi semini sotto la terra.

Passa un mese. Il vaso è ancora vuoto. Mio padre mi aveva avvisato che lui aveva rinunciato a seminare i peperoncini e che preferiva comprare direttamente le piantine perché i peperoni sono tra le piante più lente a nascere dal seme. Ma insomma, poteva anche essersi sbagliato e io li stavo innaffiando tutti i giorni. Li stavo curando al meglio. Li stavo fertilizzando. Non potevano farsi attendere ancora molto.

Passano un mese e dieci giorni. Spunta qualcosa. L’eccitazione è palpabile e la cura aumenta ancora di più. Le foglie sono strane, non sembrano quelle di un peperone, ma che mai potrebbero essere? Decido di trapiantare la piantina in una altro vaso per lasciare spazio ai prossimi nascituri.

Passano un mese e venti giorni. Nasce un’altra piantina. Trapianto anche quella con entusiasmo. Nel frattempo la prima pianta sembra ben poco un peperone ma boh… continuo a innaffiarla.

Passano quasi due mesi. Le prime due piante trapiantate sembrano decisamente erbe sconosciute. Una ha fatto dei semi tondi simili ai pomodori che mi dicono essere velenosi. Nel vaso invece nascono finalmente una decina di germogli. Aspetto con impazienza qualche altro giorno e sì! Questa volta le foglioline sono inequivocabilmente quelle di una pianta di peperone! Evviva! Dopo due mesi…

Trapianto anche quelle in altri vasi. Continuo ad innaffiarle. Giorno per giorno. Nel frattempo siamo arrivati a metà luglio e ci sono 38 gradi. E’ il panico. Nonostante innaffi di continuo le piantine soffrono. La pianta più grande dovrebbe essere già abbastanza grande per fare fiori eppure non si vede nulla. Che sia il caldo? Che abbiano poco solo? Che ne abbiano troppo? Le sposto affannosamente da una parte all’altra del terrazzo in cerca di una soluzione. La innaffio la sera e la mattina. Quando non posso avviso il mio coinquilino di innaffiarle. Chissà cosa pensa quando gli arriva su whatsapp il messaggio disperato: “le piante! Le piante! Aiuto!”.

Ma niente. I fiori non sbocciano. E quando sbocciano si seccano subito. Li osservo durante il giorno e non capisco. Ci sono insetti che volano dappertutto. Sui fiori di basilico, su quelli di pomodoro e su quelli di stevia. Sui fiori dei ravanelli che non ho mangiato ci sono addirittura degli sciami però nessuno si avvicina a quelli di peperone. Forse è per quello che non prendono. Provo col dito. Passo il dito sui fiori sperando di impollinarli io. Ma sembra non funzionare ancora. Anche se le ho provate tutte i fiori cadono.

Finalmente a metà agosto un fiore decide di darmi un po’ di soddisfazione e una pallina verde comincia a crescere dove prima c’erano i petali. Giorno per giorno è sempre più grande. E’ lui! E’ il mio primo Habanero. E’ bellissimo e non posso fare a meno che a raccontarlo a tutti. Certo non condividono tutti il mio entusiasmo visto che alcuni rispondono: “cos’è un habanero”? Però sono finalmente felice.

E’ il dieci settembre e il primo peperoncino, di uno stupendo color cioccolato è pronto. Lo raccolgo con cura e lo porto ad un pranzo dai parenti che si sono radunati tutti dopo la vendemmia. E cavolo… non ci pensano nemmeno ad assaggiarlo. Ne hanno addirittura paura. Dopo tutto hanno anche ragione perché è piccantissimo e solo appoggiarlo sulla lingua fa male. Ma che importa? Che soddisfazione!

Ma che fatica! Ho passato mesi di ansia in cui le ho provate tutte. Ho provato tutte le cose che mi sono venute in mente per quel peperone: concimi di ogni tipo, sole e non sole. Ho provato anche a fare l’ape. Sembrava che i peperoni dovessi farli io invece che la pianta. Però ora che è qui, tra le mie mani, ne sono orgoglioso.

Nel frattempo siamo arrivati al 20 settembre. Mentre in terrazzo controllo il primo Habanero che si sta seccando giorno dopo giorno, la pianta mi osserva da vicino. E’ tranquilla. Sta bene. Chissà a cosa pensa. Credo mi stia osservando con un sorriso di simpatia mente mi affanno ancora una volta nell’attesa. Sicuramente mi ringrazia di averle fatto passare in vita la torrida estate e nel frattempo, forse semplicemente perché è arrivato il momento giusto, la temperatura giusta o il clima giusto, e anche senza la mia ansia e la mia pressione, ha più di trenta nuovi peperoncini che stanno crescendo allegramente.

E noi per chi insegniamo?

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In classe a volte viene la domanda: ma per chi sto insegnando?

A volte insegniamo per una entità superiore, quando seguiamo il “programma”. Allora facciamo le corse per finire gli argomenti, ci preoccupiamo se siamo indietro e competiamo con altri docenti che sono più avanti di noi domandandoci di nascosto: “Ma come fanno?”. A volte lo facciamo per i genitori. Allora ci pieghiamo lamentandoci un po’ a chi senza essere in classe pretende di sapere che le lezioni devono essere fatte in un certo modo, quale è la giusta serietà da tenere in aula e quali sono gli argomenti importanti da svolgere. A volte lo facciamo per noi. Allora parliamo solo dei ragazzi migliori e raccontiamo a tutti quanto siano bravi, gli facciamo studiare argomenti che interessano solo a noi e ci offendiamo se non vengono capiti, li coinvolgiamo in progetti “importanti” che gli apriranno la mente o gli facciamo provare immediatamente l’ultima trovata tecnologica o metodologica che abbiamo scoperto.

In tutti questi casi diamo un po’ per scontato di essere noi, o inconsciamente altri per noi, gli unici a sapere di cosa hanno bisogno i ragazzi. Il bello è che se da un lato siamo convinti di essere nel giusto, dall’altro siamo anche convinti che altri docenti, come noi a loro volta convinti, facciano fare cose veramente assurde. E se provassimo per un attimo a buttare tutte le nostre convinzioni e provassimo a fidarci dei feedback dei nostri studenti? Se i ragazzi in qualche modo sapessero indirizzarci meglio di noi, e del mondo esterno, su cosa è importante per loro? Cosa faremmo se decidessimo di insegnare veramente per loro?

Forse si potrebbero togliere gli argomenti che non piacciono a nessuno. Forse ci sarebbe più entusiasmo. Forse ci sarebbe tempo per parlare di argomenti nuovi che un insegnante non avrebbe mai pensato di includere. Forse non ci si fisserebbe sui primi della classe, che farebbero tutto anche da soli, e si potrebbe imparare qualcosa proprio dagli ultimi, capendone le ragioni.

Come potrebbe suonare il motto: “vi insegno quello che volete” (compatibilmente con la fattibilità)? Se funzionasse potrebbe portare un po’ di gioia e di distensione nella relazione quotidiana tra studenti e docenti?

Il compito autentico

libro

Se sapete cosa è il compito autentico potete saltare questa prima parte introduttiva e passare alla seconda parte.

Per chi invece non sapesse di che si tratta parto da una definizione che mi sembra abbastanza completa: “Il compito autentico è un compito che prevede che gli studenti costruiscano il loro sapere in modo attivo ed in contesti reali e complessi e lo usano in modo preciso e pertinente, dimostrando il possesso di una determinata competenza”. In parole semplici: una normale attività della vita reale, ricca e splendida, in cui si utilizzano tutte le capacità acquisite e la creatività per risolvere un problema vero.

A scuola in genere le cose funzionano al contrario del compito autentico. Nella vita reale Thomas Edison, inventore della lampadina, ha provato 10000 volte a bruciare fili di tungsteno prima di scoprire come fare quello giusto. Poi una volta arrivato alla soluzione ha preso un pezzo di carta e ha scritto tutti i passi per arrivare costruirla. In classe si parte dal concetto di lampadina già esistente, si spiega di cosa si tratta e come funziona. Manca un po’ tutto quello che ha motivato Edison: il bisogno e l’intuizione che l’ha spinto a crederci anche dopo 10000 fallimenti, la soddisfazione di scoprire qualcosa e la possibilità di usare tutte le sue risorse per risolvere il problema.

Se nella vita reale quindi risolvere problemi veri è più interessante e dà più soddisfazione che non studiare a scuola, come posso rendere un compito che affido ai miei ragazzi il più autentico e interessante possibile?

Come realizzare un compito autentico

Il metodo proposto non vuole essere IL metodo ma solo un metodo per farlo. Ogni compito autentico è altamente personalizzato in quanto con le stesse premesse e con le stesse regole ognuno di noi realizzerà un compito diverso dagli altri e, anche se non sarà il migliore, sarà perfetto perché pensato e personalizzato in base alle nostre conoscenze e ai nostri studenti. Se volete potete anche “ispirarvi” a compiti realizzati da altre persone.

La ricetta per preparare il compito è molto semplice.

Ingredienti: Un argomento da trattare a vostra scelta, il kit delle competenze, word o un foglio di carta e Internet

Ricetta: Scrivi l’argomento in cima alla pagina e descrivi brevemente come lo spiegheresti normalmente. Poi apri il kit delle competenze e scegli una delle competenze o un elemento della motivazione che ti ispira.

Rileggi l’argomento scelto e leggi le domande relative alle competenze scelte. Ad esempio se tu avessi scelto “Competenza digitale” potresti domandarti “Si può utilizzare la tecnologia in modo creativo per imparare l’argomento scelto?”.

Pensaci qualche secondo in modo che ti venga in mente qualcosa. Quindi scrivilo sotto all’argomento.

Ripeti l’operazione con tutte le competenze e con tutte le domande sulla motivazione che desideri e modifica se ritieni opportuno anche quello scritto in precedenza in quanto potrebbe venirti una idea migliore.

Quando pensi di avere creato un bel compito rispondi alle domande nelle parti finali del kit delle competenze che riguardano che le tempistiche, le modalità di svolgimento e la valutazione per decidere come organizzarlo concretamente.

Infine lascia decantare per qualche minuto distraendoti e facendo altro e rileggi l’esercizio che hai pensato ponendoti la domanda finale: “Farei io questo compito?”

Buon divertimento!

Esempi e riferimenti:

La bellezza a scuola

Birth_of_Venus_detailCome ogni anno sta per arrivare il primo giorno di scuola e come ogni anno ci si prepara a scrivere il programma di quello che si farà nelle classi. Nel programma si parla di argomenti da studiare. Della metodologia utilizzata per spiegare. Del numero di verifiche e delle modalità di valutazione. Di quante ore di lezione ci saranno. Delle parti del libro che saranno studiate. E’ un elenco spesso noioso da scrivere e se lo facessimo leggere agli studenti prima dell’iscrizione probabilmente non cambierebbero scuola solo perché tutte le scuole fanno lo stesso. C’è poco insomma che faccia brillare gli occhi e faccia pensare: “Wow! Guarda quante belle cose imparerò quest’anno!”. Non è un peccato?

L’altro giorno guardavo SuperQuark e mi ha colpito l’introduzione perché gli argomenti sono presentati in modo ben diverso. “L’acqua è la molecola della vita, ma anche una delle risorse più critiche del pianeta. Ecco quanta ce n’è e come la usiamo” “In Francia sono state ristrutturate le più antiche grotte dipinte dall’uomo per dare a tutti la possibilità di vedere i capolavori dei nostri antenati” “Per i topi ed altri animali il metodo migliore per vivere più a lungo è mangiare di meno. E per l’uomo?”

Gli argomenti di SuperQuark sono proposti in modo interessante e invogliano a saperne di più. Catturano l’attenzione con interrogativi che coinvolgono tutti. Non si indica come sarà spiegato l’argomento, quanto durerà il servizio o chi ha filmato le riprese. In realtà anche le materie che spieghiamo tutti i giorni sono ricche di elementi interessanti perché tutte le invenzioni umane e tutti gli scritti sono nati da visioni e da idee. Ogni scrittore aveva qualcosa da raccontare e ogni scienziato qualche problema da risolvere. Ogni filosofo sentiva l’esigenza di descrivere e comprendere la realtà in cui viveva. Ogni artista di trascendere i limiti della realtà e anche lo studio delle lingue insegna modi diversi di comunicare e di interpretare la realtà.

Perché non aggiungere allora anche nei programmi scolastici qualcosa per ricordare il significato di quello che si studia? Invece di scrivere “Il futurismo e i principali interpreti” si potrebbe scrivere “l’esigenza delle persone di non rimanere troppo legati al passato ma di sperimentare e di provare: il futurismo”. La rivoluzione francese potrebbe diventare un modo in cui si mostra “l’esigenza di libertà del popolo e delle persone”. Un argomento di informatica “l’idea per automatizzare un processo per semplificare la vita di tutti”. Ogni cosa che è stata realizzata ha un suo motivo d’esistere.

Questo modo di presentare un argomento arricchisce inoltre il lavoro perché se l’obiettivo passa da “studiare tre opere di Marinetti” allo “scoprire l’esigenza di sperimentare e provare” allora si può dare spazio ad uno studente per trovare un’opera sconosciuta o poco letta del futurismo che per lui rappresenta anche meglio il concetto. Sia il docente che lo studente avrebbero qualcosa da imparare.

Così, solo con un programma che ci parla del valore e del perché delle cose, si studia il mondo partendo dai bisogni autentici delle persona. Si aiuta lo studente a scoprire la bellezza e la perfezione delle diverse materie invece che a subirle come elementi alieni pensati da persone che non avevano niente a che fare con lui. Si incentiva la crescita di persone più tolleranti e amorevoli nei confronti di tutte le diverse espressioni dell’opera dell’uomo.

Tornando alla realtà, probabilmente non c’è la possibilità di modificare veramente il programma scolastico, ma questo resta un bello spunto per presentare in modo diverso gli argomenti in classe.

Intervista sulla Classe Capovolta

infinito

Può capitare di leggere della classe capovolta e di domandarsi: ma può veramente funzionare? Abbiamo chiesto al Maurizio Maglioni come è cambiata la sua didattica. Puoi valutare tu stesso se la sua esperienza può darti qualcosa.

Buongiorno Professor Maglioni!
Come era la sua esperienza di docente prima di capovolgere la didattica?

Prima di capovolgere lavoravo in una scuola con le LIM in tutte le aule. Usavo molto gli audiovisivi nelle mie lezioni ed addestravo i miei alunni ad usarli nello studio a casa. Insegnavo ad usare in particolare Powerpoint. I ragazzi dovevano prepararsi alle verifiche orali creando dei ppt che mi inviavano per la correzione. Poi in classe esponevano le relazioni mostrando le slide di loro creazione.

Tre anni fa fui trasferito in una scuola completamente priva di LIM. Avrei dovuto ricominciare con il gesso e la lavagna. Mi accorsi, però, che i miei alunni avevano tutti uno smartphone in tasca. Scoprii la flipped classroom di Bergman e Sams e me ne innamorai.

Cosa è cambiato ora?

Ora è cambiato tutto: ho messo in un sito tutti i contenuti da utilizzare a casa ogni settimana e le attività da svolgere in classe. Queste ultime sono descritte con precisione in modo che sia chiaro anche lo strumento di valutazione di ognuna di esse.

I ragazzi sono soddisfatti perché ho abolito le interrogazioni ma ogni giorno essi ricevono un voto o un punteggio che valuta il loro impegno nell’ora di chimica. Inoltre si lavora quasi sempre in coppia o a gruppi di tre in modo da favorire l’aiuto reciproco.

Può farci un esempio di lezione includendo link e materiali?

Il compito seguente l’ho assegnato nelle mie classi seconde in questo mese:

Scrivi una breve relazione da presentare alla classe che contenga le seguenti spiegazioni sul tabagismo:

  1. Qual è la funzione della nicotina nel tabacco?
  2. Qual è il gas più tossico tra quelli presenti nel fumo di sigaretta?
  3.   Perché il catrame si ferma nei polmoni?
  4. Per quale motivo il tabagismo accorcia la vita media delle persone?
  5. In media di quanto accorcia la vita il tabagismo?

Puoi aiutarti  leggendo questo testo sul tabagismo http://www.my-personaltrainer.it/salute/nicotina.html e vedendo il seguente filmato: http://youtu.be/jBoa42ZyPus.

La relazione sarà oggetto di presentazione alla classe nell’ora successiva. Ricorda di citare i siti dai quali ti informi e verifica che siano imparziali.

Che risultati ha ottenuto con i tuoi alunni?

I risultati sono oltre le aspettative: in una mia classe prima ITIS, dove il consiglio di classe aveva accettato di adottare parzialmente e solo in qualche materia l’apprendimento capovolto, abbiamo avuto la totalità dei promossi a giugno con la sola eccezione di due ragazzi che avevano più del 25% di assenze.

Che problemi ha risolto con la didattica capovolta?

Ho risolto tanti problemi: l’interesse e la motivazione degli studenti, la possibilità di allargare a tutti gli strumenti compensativi per i DSA, la possibilità di recupero per gli assenti o per chi resta indietro, la possibilità di assegnare compiti sfidanti ai più dotati. Ma la cosa più importante è che si colma la distanza con il mondo reale: si lavora in classe su compiti autentici, non si studiano orbitali molecolari teorici ed alle volte gli stessi miei studenti mi insegnano gli ultimi ritrovati della chimica nei farmaci, nella cosmetica o nelle materie plastiche.

Che strumenti ha utilizzato?

Lo strumento più importante per me è il cooperative learning perché consente di ottenere risultati di apprendimento qualitativamente e quantitativamente migliori. Penso inoltre che sia uno strumento non solo utile ma, direi, indispensabile per la spinta emotiva ed educativa che promuove nei ragazzi. Credo che non ci sia niente di più culturalmente affascinante dell’imparare a vivere l’amicizia usando la condivisione come “arma di costruzione di massa”.

 Grazie professor Maglioni!

Noi ci salutiamo in attesa della prossima intervista! 🙂

La verifica si corregge da sola

“Ciao! Cosa farai in queste vacanze?”

“Vacanze… non farmici pensare! Mi hanno invitato a passare quattro giorni in montagna e tu sai quanto mi piace… però…”

“Però cosa?”

“La vedi questa pila? Ho 5 classi. 30 studenti per classe. 150 compiti da correggere. Dove vuoi che vada?”

Quante volte vi è capitato qualcosa di simile? Quante volte avete passato pomeriggi e mattinate a correggere compiti mentre avreste preferito fare qualcosa di più stimolante? L’obiettivo della correzione in sé è nobile: mostrare ai ragazzi i loro errori per aiutarli a migliorare. Spesso però a loro questo non interessa e gli basta sapere se il voto è sufficiente. Ore di lavoro finiscono per risolversi in uno sguardo affrettato. Un risultato un po’ umiliante se paragonato a tutto il tempo investito nella correzione.  Non sarebbe bello se le verifiche si correggessero da sole?

surprisedGli ingredienti sono semplici e la ricetta pure. Ve ne diamo un esempio, da cui prendere spunto, da modificare ed adattare a piacimento.

Prepara il compito come hai sempre fatto e presta attenzione al fatto che si possa svolgere in una quarantina di minuti invece che nella classica ora.  Contemporaneamente prepara anche un altro foglio con tutte le soluzioni degli esercizi.
Poi fai tante copie quanti sono gli studenti sia delle verifiche che delle soluzioni.

Quando consegni il testo del compito spiega la nuova modalità: avranno quaranta minuti di tempo per svolgere l’esercizio e poi un quarto d’ora per correggere un paio di verifiche a testa. Così, alla scadenza del tempo e come hai sempre fatto, raccogli tutti i compiti, poi dividi la classe in due parti e consegna ad una parte i compiti dell’altra insieme alle soluzioni in modo che li possano correggere. Chiedi che ognuno assegni il voto in base ad una scala che avrai preparato e che riporti tutte le correzioni sul compito in matita.

Risultato? Dopo un’ora avrai in mano tutte le verifiche della verifica corrette, al costo di esserti organizzato un po’ diversamente da quanto hai sempre fatto.

Vengono in mente altri vantaggi oltre al tempo guadagnato:

  • Si possono fare più verifiche durante l’anno,
  • Anche i ragazzi che non hanno studiato possono imparare dalla correzione,
  • I ragazzi imparano a correggere il lavoro degli altri,
  • I ragazzi accettano e capiscono la correzione visto che se la sono data loro,
  • Ci si risparmia per una settimana la solita domanda: “Prof, ha corretto i compiti?”.

Una variante, senza ridurre il tempo del compito, può essere quella di fare lo stesso il compito in un’ora e farglielo correggere l’ora successiva. A voi trovare il metodo che più vi piace in modo che, con minore fatica si possa ottenere un risultato migliore per tutti.

Che fare ora del tempo guadagnato? Spero non abbiate bisogno di aiuto per rispondere a questa domanda ma se proprio non sapete che fare avremmo un suggerimento: Leggete un bel libro che vi possa dare nuovi suggerimenti e ispirazione. Insomma, leggete un libro magico, di vostro gusto.

 

 

 

Le ore di supplenza non sono più un problema!

 

A volte le ore di supplenza sono critiche: è, infatti, davvero difficile entrare in una classe che non si conosce e pensare di fare qualcosa di utile. In più, se ci si trova a dovere fare l’appello la mattina, le cose si fanno ancora più complicate!

Nomi e cognomi stranieri, impronunciabili e con accenti impossibili saranno lì, scritti nero su bianco sul registro di classe, pronti a tendervi un agguato. E i legittimi proprietari saranno, a loro volta, tesi, carichi e in attesa che, come tutti gli altri prof, li pronunciate nel modo sbagliato. Un vero e proprio campo minato!

Che fare allora? Che ci sia un modo di trasformare questa trappola mortale in una opportunità?

Certo! Esiste un semplice trucchetto, affinato in anni e anni di esperienza dal mio collega “MR” e messo gentilmente a vostra disposizione, che vi permetterà non solo di salvare la faccia, ma anche di uscirne a testa alta. Da vincitore.

È molto semplice: fate leggere l’elenco dei nomi direttamente ai ragazzi! Questo vi darà, da un lato, la certezza che tutti i nomi e i cognomi saranno pronunciati nel modo corretto, e, in più, durante l’appello voi potrete focalizzarvi su qualche studente che vi colpisce e memorizzare il suo nome. Durante la lezione, poi, potrete riutilizzare qualcuno dei nomi imparati (anche solo per fare una domanda) e, in questo modo, genererete ondate di incredulità, stupore positivo e interesse: “Ma come è possibile? È qui da 10 minuti e già si ricorda i nostri nomi, quando gli altri professori ancora non se li ricordano dopo 2 anni? Fantastico!”.

E gongolandovi un po’ nel ruolo del grande mago, potrete godervi l’ammirazione e, allo stesso tempo, aumentare il successo della lezione, qualunque essa sia.