Il professore e il genio della lampada

Il genio della lampada

In una bella giornata di primavera un professore decide di tornare a casa da scuola a piedi. Per la strada vede una lampada come quella di Aladino. Ridendo tra sé e sé, la strofina e rimane incredulo quando gli appare veramente il genio della lampada. “Ti esaudirò un desiderio”: gli annuncia il genio. Il professore, ancora indeciso se crederci o no, decide comunque di metterlo alla prova: “Allora. Io sono un insegnante e ogni giorno torno a casa distrutto. Mi piacerebbe proprio capire come potrei fare a fare studiare di più i miei ragazzi senza bisogno di rincorrerli in qua e in là tutto il giorno. E’ il loro dovere! E devono capire che studiare è per il loro bene. Però alcuni di loro non ne vogliono proprio sapere”. Il genio accoglie seriamente la richiesta, chiude gli occhi, e dopo un attimo di concentrazione comincia a parlare: “Caro mio, ti racconterò una storia. Il protagonista della storia è Andrea, un cuoco”.

Un ristorante cercava un cuoco per cucinare delle pietanze a base di carne. Andrea, al momento disoccupato, non voleva farsi scappare l’occasione e si presentò al ristorante sapendo di essere in grado di cucinarla ottimamente. Così, dopo un provino, lo assunsero. Già dal primo giorno cominciò a preparare le pietanze al meglio porgendole ai clienti con amore e dedizione. La maggior parte delle persone era contenta. Qualcuno però si lamentava senza un motivo particolare. Un giorno qualcuno gli tirò addirittura dietro una bistecca e lui, passata la rabbia per l’affronto, prese un pezzo della carne che era stata buttata per terra e l’assaggiò. In effetti forse era un po’ troppo cotta. Qualcosa si poteva migliorare.

Allora sfogliò le più importanti riviste di cucina e migliorò la sua ricetta. Imparò a cucinare una carne ancora più morbida e succulenta e anche i commensali furono in genere più contenti. Alcuni però ancora si ostinavano a non volerla mangiare e addirittura lo insultavano: “Ancora? Basta!”.
“Perché fanno così? Cosa vogliono?”, si domandava Andrea, con un po’ di tristezza.

Fece un altro tentativo contattando i più grandi cuochi che gli suggerirono cose così incredibili che al solo pensiero gli brillavano gli occhi. Questa volta non poteva veramente fallire. Si preparò al meglio e addirittura riuscì a coinvolgere gli stessi commensali nella cottura, portando sui tavoli delle piastre calde con sopra la carne che ancora friggeva. Come fosse un gioco. Osservò che tutti erano affascinati da questo nuovo modo e, mentre si godeva la sua vittoria, uno di loro si alzò e gli si avvicinò: “La ringrazio molto per tutto quello che sta facendo per noi ma è proprio una perdita di tempo. Se la mangi lei la sua carne”. Rimase di stucco e senza parole. Mezzo offeso e mezzo sconsolato per l’ennesimo fallimento se ne andò a casa chiedendo il pomeriggio di ferie.

“Ecco!”, interruppe il genio il professore. “E proprio così che mi sento spesso! Faccio di tutto per preparare le lezioni al meglio. Per cercare di essere accattivante e alcuni mi rispondono così. In alcune classi ce ne sono pochi e si riesce a sopravvivere a in altre, anche se può sembrare assurdo, sono la maggioranza! Allora è il delirio.”

Il genio lascia sfogare il professore e poi conclude la storia. “Infatti, caro professore, nella mia storia il problema non è la carne. E non è neppure il fatto che Andrea non la cucini al meglio. Il problema non è nemmeno il ristorante. Il problema è generalizzato in tutto il tuo paese. C’è una legge, infatti, che impone a tutti di mangiare sempre un po’ di carne e così questa viene servita anche a chi non ne ha voglia o, peggio, a chi ha scelto di essere vegano o vegetariano. Finché questa legge non verrà abrogata le persone non potranno ordinare quello che si sentono veramente di mangiare. Alcune lo accetteranno ed altre no.”

Dopo queste parole il genio scompare e il prof resta come fulminato. In effetti, riflette il professore, anche stare a scuola è obbligatorio. E’ obbligatorio che gli studenti studino. E i docenti sono obbligati a insegnare quello per cui sono pagati. A molti ragazzi piace studiare. Solo che chi non vuole studiare una materia è comunque obbligato a seguire. A volte i ragazzi si ribellano. A volte studiano lo stesso facendo il minimo indispensabile. “Dovete farlo per voi!”, li rimproveriamo! “Sì… ma se non ci interessa…”, ci rispondono a voce bassa. Così si spreca tanta energia: noi nel forzarli facendo i poliziotti e loro nel cercare di scappare. Ci si trova quotidianamente in un clima di guerriglia che logora un po’ tutti e si torna a casa a pezzi anche avendo fatto molto poco.

Ma quale potrebbe essere una soluzione? – si domanda il professore – arrivare a scuola e mandare tutto a quel paese? Instaurare un rapporto paritario con i ragazzi cercando di capire cosa vogliono anche loro e come possiamo aiutarli? Lasciarli liberi di fare quello che vogliono per un po’? Forse una di quelle scuole libertarie di cui avevo sentito parlare? Qualunque sia sembra proprio che sia venuto il momento di trovarla. Così il professore conclude il suo pensiero, distratto da un uccellino che canta su un ramo di un albero e catturato dalla bellezza e dalla spontaneità della natura in primavera.

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